ATTENZIONE:

In questa pagina troveranno spazio le notizie sui ritrovamenti archeologici che continuamente vengono alla luce aggiungendo tasselli importanti per lo studio dei nostri antenati longobardi.

Le informazioni e le notizie qui proposte vengono riportate da quotidiani/riviste o siti internet ufficiali. I Winniler non si assumono alcuna responsabilità sull'inesattezza di quanto riportato da tali fonti.

 

Aprile 2018

La storia di un guerriero longobardo del VI secolo:
l’avambraccio amputato e una lama come protesi
- Povegliano Veronese (VR) -

Conservato presso il Museo di Antropologia “G. Sergi” della Sapienza, il corpo del guerriero, a cui mancano la mano destra, il polso e parte dell’avambraccio, è una importante testimonianza di amputazione perfettamente guarita e di pratiche di cura moderne

 

Il volto ricostruito dal paleoartista Emiliano Troco che si è basat sulla ricostruzione 3D del cranio di Povegliano Veronese (VR)

 

Il Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia del Dipartimento di Biologia ambientale ha analizzato i resti scheletrici di un antico guerriero longobardo ritrovato in una necropoli del Veneto e conservato presso il Museo di Antropologia “G. Sergi” della Sapienza, diretto da Giorgio Manzi. Dagli studi condotti insieme al Dipartimento di Scienze dell’antichità e alla Scuola di Dottorato in Archeologia della Sapienza, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, è emerso che il corpo del guerriero, a cui mancano la mano destra, il polso e parte dell’avambraccio, è una importante testimonianza di amputazione perfettamente guarita e di pratiche di cura moderne.


I ricercatori hanno preso in considerazione diverse circostanze per spiegare da una parte le cause, e quindi cosa può aver portato all’amputazione dell’avambraccio, dall’altra gli esiti, ovvero come si sopravviveva 1300 anni fa, in un’epoca pre-antibiotica, a un’operazione così rischiosa.


Il coltello era orizzontale, appoggiato al bacino mentre di norma viene sepolto al fianco del cadavere”, spiega Ileana Micarelli, primo nome dello studio. “Il braccio destro era piegato a 90 gradi, con radio e ulna tagliati al netto e al posto della mano c’erano una fibbia metallica e tracce di materiale organico, pelle o legno. L’amputazione è avvenuta con un colpo unico e senza anestesia”.


La tomba. Nella sepoltura di Povegliano Veronese (VR) sono state trovate una fibbia ed una lama, probabili componenti della protesi

 

Lo studio, pubblicato sul Journal of Anthropological Sciences (JASs) [qui il link all'articolo], ha ipotizzato che l’uomo appartenesse alla prima generazione di longobardi arrivati in Italia dall’Europa dell’est, e che per una caduta da cavallo, una ferita di battaglia divenuta infetta o per la comminazione di una pena, potesse aver subito l’amputazione dell’avambraccio.


I resti scheletrici mostrano una completa guarigione e evidenti difetti ossei e dentali che possono essere riconosciute come conseguenze dell’adattamento della perdita della mano: le ossa della scapola hanno un orientamento innaturale, probabilmente assunto dopo l’incidente quando, anziché afferrare gli oggetti, il Longobardo doveva infilzarli oppure spingerli. L’incisivo destro inoltre risulta estremamente usurato e conserva residui di cuoio lasciando presuppore che l’uomo usava i denti per legare la protesi e compiere altri gesti della quotidianità.


Il fatto che ulna e radio si siano perfettamente saldati, formando un callo al contatto con la protesi, e che non ci sia traccia di infezione, dimostra che l’uomo è stato curato con premura. È degno di nota infatti che i longobardi facevano largo uso di balsami a base di erbe con scopi antisettici e antiemorragici.

 

Foto e disegno della Tomba US380, da notare l'orientamento del braccio destro, la posizione della fibbia a "D" e quella del coltello. A differenza della maggior parte delle sepolture, il braccio destro del defunto era piegato sul bacinoin corrispondenza sia della fibbia che del coltello. (foto e disegno sono gentilmente fornito dal Dr. Gianni De Zuccato e dalla Dott.ssa Brunella Bruno della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto a Verona)


Sopravvivere alla perdita di un avambraccio in un’epoca in cui gli antibiotici non sono disponibili – conclude Micarelli – mostra un forte senso di attenzione e cure costanti da parte della comunità in cui viveva. Privilegi che si avvicinano all’idea di welfare moderno. Inoltre, tale sollecitudine permetterebbe di escludere l’ipotesi della punizione legale come causa dell’amputazione”.


Giovedì, 12 aprile 2018 - Università Roma Sapienza

 

 

Marzo 2010

Alle origini di Sant’Albano.
Una storia che inizia 5000 anni fa.

I lavori autostradali della Asti-Cuneo hanno portato alla luce nel territorio di Sant’Albano Stura una necropoli longobarda che ha restituito molti interessanti reperti e getta nuova luce sul Piemonte “barbarico”. La sovrintendenza ha presentato i risultati

Sant’Albano Stura, loc. Ceriolo. Panoramica della necropoli longobarda in corso di scavo (foto G. Lovera – arch. Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie).
Clicca qui per vedere l'immagine a risoluzione maggiore.

 

Risalgono all’età del Bronzo (XIV-XIII secolo a.C.) le strutture individuate in occasione dei lavori per il collegamento autostradale Asti-Cuneo in un’area pianeggiante collocata tra le cascine Borghesio e Castagna. L’indagine archeologica, effettuata nell’autunno 2001 in occasione della realizzazione del lotto 1.2 (Perucca - Consovero) dell’autostrada Asti - Cuneo, in corrispondenza della fascia interessata dall’arteria stradale in costruzione, ha identificato focolari, strutture di combustione (fosse interrate con livelli di preparazione del piano di cottura, costituiti da strati sovrapposti di ciottoli di diverse pezzature, man mano più piccoli procedendo dal basso verso l’alto, e lenti di concotto), fosse di scarico (di forma ovale, ripiene di terreno di colore scuro, ricco di carboni, di frammenti di vasi in ceramica e talvolta di ciottoli) e buche di palo, in alcuni casi con inzeppatura di ciottoli. Le strutture sono riferibili a un’area a carattere artigianale, probabilmente destinata alla lavorazione dell’argilla per la preparazione di recipienti in ceramica; alcune buche di palo paiono delimitare aree più articolate e indicano forse anche la presenza di capanne di forma ovale.


Il materiale recuperato è costituito prevalentemente da frammenti di macine in pietra, utilizzate per lo sfarinamento di granaglie ma anche per attività a carattere artigianale (triturazione del degrassante per la preparazione dell’impasto ceramico), e di recipienti di ceramica di impasto grossolano. L’analisi preliminare dei macroresti vegetali carbonizzati ha indicato le specie forestali utilizzate nei processi di combustione, sfruttando i boschi circostanti l’insediamento (querce caducifoglie, carpini, faggi, aceri, nocciolo, corniolo), mentre scarse sono le attestazioni di cereali (frumento e orzo) coltivati, a riprova della caratterizzazione artigianale del sito.
La presenza di insediamenti della tarda età del Bronzo nel territorio era già indiziata da rinvenimenti effettuati in passato, come la spada in bronzo, rinvenuta fortuitamente a Basse di Stura (comune di Fossano) in occasione di lavori di estrazione di ghiaia e deposta nell’antico alveo della Stura, probabilmente come offerta alle divinità secondo una consuetudine molto ben documentata in tutta Europa. Insieme all’esemplare rinvenuto a Borgo San Dalmazzo (conservato al Museo Civico di Cuneo), essa attesta nel XIII secolo a.C. la diffusione di una variante occidentale di una particolare tipologia di spade che arriva fino al Bacino di Parigi.


La necropoli longobarda in frazione Ceriolo.
Anche il Piemonte sud-occidentale, interessato in passato solo da sporadiche attestazioni di tombe barbariche isolate (Baldissero d’Alba; Scarnafigi; Trezzo Tinella), ha restituito un complesso archeologico di straordinaria rilevanza, in corso di scavo nella frazione Ceriolo di S. Albano Stura. Un edificio adibito ad abitazione era già stato messo in luce (2001) nell’area prossima alla cascina Borghesio, in adiacenza alle strutture dell’insediamento dell’età del Bronzo: il suo perimetro rettangolare (m 8 x 4 circa) era definito da una serie di buche di palo portanti, mentre altre buche allineate lungo l’asse mediano servivano da appoggio per il colmo del tetto a due falde.
Nella frazione Ceriolo, ai margini del terrazzo fluviale sulla Stura, è ora in fase di ultimazione l’indagine archeologica di un grande cimitero longobardo. Sono state indagate a oggi 560 tombe, oltre la metà delle quali con elementi di corredo, disposte su lunghe file parallele e regolari, comprendenti in media 30 fosse, tutte orientate est-ovest, con il cranio del defunto a ovest. Le fosse, in genere rettangolari, presentano sul fondo alcuni ciottoli alle estremità, utili a sorreggere tavole lignee; l’esistenza di una copertura in legno è spesso suggerita da altri ciottoli disposti lungo il profilo della tomba e scivolati all’interno, andando a coprire parzialmente gli elementi di corredo. Più rare le sepolture entro tronco o cassa lignea, comunque documentate grazie alle cavità lasciate dalla decomposizione del legno e riempitesi di argilla quasi pura, ben visibili nel terreno ghiaioso.
Le pesanti arature di età moderna hanno asportato il piano d’uso del cimitero, ma una breve porzione di stratigrafia conservata in situ consente di valutare la profondità media delle fosse (oltre 1 metro) e di stabilire che almeno alcune di esse erano sormontate da un tumulo di ciottoli o che questi ultimi erano serviti a contenere un tumulo di terra e un segnacolo. La pressoché totale assenza di sovrapposizioni tra le tombe conferma, d’altra parte, pur nella continuità di sepoltura di una cospicua popolazione nell’arco di circa un secolo (VII secolo d.C.), che i sepolcri continuarono a essere ben visibili in superficie e rispettati.


La maggioranza delle tombe maschili presenta la deposizione del solo coltellaccio (scramasax) e di cinture multiple in bronzo e ferro ageminato; percentualmente limitate sono le inumazioni con spada (spatha), e poche quelle con lancia, punte di freccia o cesoie. Donne e bambini sono rappresentati in percentuale non trascurabile. Le sepolture femminili sono riconoscibili soprattutto per la deposizione di collane con vaghi in pasta vitrea o ambra, di braccialetti (armillae) in vetro, ambra e bronzo, mentre molto rari sono gli orecchini in oro e argento.
La posizione del cimitero trova confronto con quello di Collegno (Torino), utilizzato dall’ultimo trentennio del VI all’VIII secolo, anch’esso posto su un terrazzo fluviale, alla destra orografica della Dora Riparia, probabilmente nei pressi di un guado o di un ponte, lungo uno dei percorsi di variante della strada principale tra Augusta Taurinorum e Susa, verso i valichi alpini. Anche nel nostro caso la documentazione medievale menziona alcuni guadi sulla Stura, nell’area compresa, in sponda destra, tra Montanera e S. Albano e, sulla sinistra, tra Murazzo, Romanisio e poi Fossano, sino a quel pons vetus attestato dal XV secolo; è grosso modo l’area dove già Rinaldo Comba aveva localizzato il fondo di Ribarupta, posto “non multum longe da fluvio Stura iudiciaria Bredulense” in una carta del 994 e dove materiali scultorei, come il pluteo frammentario del IX secolo rinvenuto in regione “Mulino” di S. Albano (oggi conservato nel Palazzo comunale), confermano la complessità, ricchezza e continuità dell’insediamento.

Nello studio dell’importante complesso andranno considerate le caratteristiche dell’insediamento, che a Collegno mantenne a lungo una precisa connotazione militare, a protezione della strada e del guado sul fiume. Anche a S. Albano, comunque, l’organizzazione dell’area cimiteriale e l’alta percentuale di tombe con armi e complementi dell’abbigliamento, che sembrano perdurare sino ai primi decenni dell’VIII secolo, pur riducendosi progressivamente, riflettono stretti legami con una tradizione “barbarica” e una cultura diverse da quella romana

 

Egle Micheletto e Marica Venturino Gambari lavorano per la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie.

Articolo tratto da Piemonte Parchi (n.193 Marzo 2010)

 

 

Maggio 2008

Il guerriero sepolto con il cavallo

Giovane, forte, ucciso da un ascesso
Vita e morte di un eroe longobardo

Un archeologo al lavoro sullo scheletro del cavaliere longobardo morto 1330 anni fa e ritrovato a Moncalieri

 

L’ha ucciso un ascesso, non una spada. Non è caduto in battaglia, com’era pronto ad accettare per la gloria del popolo longobardo. L’ha stroncato una setticemia, un’infezione, dopo ore di febbre alta, provocata da un bubbone purulento. Da tempo come un tarlo gli torturava la mascella superiore, con atroci dolori. Non ci aveva badato. Finché il male è esploso in un bulbo livido. L’ha sfigurato a morte, come un colpo di giavellotto, poi l’ha finito. E’ duro morire così a 25 anni, soprattutto per un guerriero che cavalcò al seguito del grande Re Alboino. Con lui lasciò la Pannonia. Era il giorno di Pasqua dell’anno 568. A un gesto del sovrano centomila armati si mossero alla volta delle Alpi. Ai clan longobardi si erano uniti Turingi, Gepidi, Bulgari, Sassoni e Sarmati. Sognavano le ricchezze della pianura padana. Li seguivano donne e bambini. Fu una marcia quasi senza nemici. In due anni giunsero in Piemonte. Lui era ancora un ragazzo, non dei più alti, appena un metro e 70 centimetri, ma aveva buoni muscoli e soprattutto un cavallo. Mai avrebbe pensato che sarebbe stato proprio il suo animale a restituirgli gloria postuma, dopo una fine beffarda, consumata dopo tanti sogni in un umile villaggio, formato da un pugno di capanne.

Gli scavi
Gli archeologi li hanno ritrovati insieme, due settimane fa, dopo oltre 1300 anni, seppelliti uno accanto all’altro. Sono venuti alla luce nel parco dell’ex «Villa Lancia» di Testona, un borgo della città di Moncalieri, a ridosso di Torino. Gli scavi, condotti dalla Soprintendenza archeologica guidata da Giovanna Maria Bacci, hanno intercettato i resti di uno dei più antichi insediamenti longobardi in terra subalpina. Con quelli affiorati nella vicina Collegno parlano del loro arrivo. Danno identità fisica agli uomini di un popolo che ancora praticava usi e cerimoniali funebri cari ai nomadi dell’epoca. «Quello di sacrificare il cavallo del guerriero per seppellirlo nella stessa tomba del padrone - ricorda Gabriella Pantò, l’archeologa che dirige le ricerche, affiancata dall’antropologa Elena Bedini - era tipico delle popolazioni dell’Europa orientale fra il quinto e il decimo secolo dopo Cristo. Mentre i Franchi, Turingi, Alamanni e Longobardi riservavano all’animale una sepoltura vicina a quella del suo cavaliere, come quella rinvenuta a Testona». «È un ritrovamento molto raro - prosegue la studiosa - in Italia vi sono pochi precedenti. A Goito è stata trovata una sepoltura con la sola testa. Animali integri invece a Vicenne di Campobasso. A Cividale del Friuli e a Povegliano Veronese sono affiorati cavalli decapitati. Uno è stato intercettato anche a Collegno. L’ulteriore ritrovamento di Testona sottolinea il primato del bacino archeologico longobardo in Piemonte, che negli ultimi dieci anni si è qualificato come il più importante d’Italia». I Longobardi giunti a Testona appaiono ancora come i cavalieri delle praterie del Danubio. Il villaggio di Villa Lancia schiera capanne a pianta rettangolare, di pochi metri quadri, fondate senza particolare pianificazione. Erano in legno, poggiate su uno zoccolo di ciottoli e laterizi di reimpiego. Sono affiorati anche un ingegnoso acquedotto di tronchi d’albero cavi e un reticolo di pozzi, che serviva anche le attività artigianali.

Il corredo funebre
Ma più che un borgo l’insediamento pareva un campo nomadi, condiviso con animali domestici: maiali e galline. E’ stata trovata anche la tomba di un cane. La vita coabitava con la morte. I defunti erano sepolti vicino alla loro casa. Così anche i bambini e il giovane guerriero. Fu composto nella tomba con oggetti tipici della Pannonia del sesto secolo dopo Cristo. Compongono un corredo ancora inglobato nelle zolle di terra che lo hanno conservato per secoli e che sono state indagate da una radiografia. Ha identificato le forme di una borsa, contenente un paio di pinze, una fibbia di bronzo, un acciarino con spillone e innesco, due monete e una placca dorsale di cintura. L’analisi dello scheletro ha confermato che era di un maschio fra i 25 e i 30 anni, con braccia allenate dall’esercizio delle armi e con il cranio perforato dall’ascesso. Al dito indice sinistro sfoggiava un anello con castone. Alla vita indossava due cinture. Una era militare, con fibbia decorata. Sul bacino gli posero le armi: un coltello e lo «scramasax», la corta spada per il combattimento corpo a corpo. Alle sue spalle fu immolato il cavallo, testimone della loro lunga marcia con Alboino.


Maurizio Lupo
Torino
[da "La Stampa" 28/5/2008 pag.18]

 

 

MELTING POT ALLA PIEMONTESE

Fino a qualche decennio fa i Longobardi sepolti in Piemonte si trovavano solo per caso, quando un lavoro di sterro faceva saltar fuori le loro tombe. E’ facile riconoscerle: la popolazione locale, cattolica da un pezzo, cuciva i suoi morti nel sudario senza sentire il bisogno di dar loro un corredo per l’aldilà; gli invasori, ancora attaccati a consuetudini pagane, preferivano tenere la spada a portata di mano anche nell’altra vita.
Gli archeologi medievali, che poi in Piemonte sono quasi sempre delle archeologhe, a forza di scavare stanno portando alla luce un popolamento longobardo molto più fitto di quel che s’era creduto. Nell’area piemontese di invasori ne sono arrivati proprio tanti; all’inizio hanno tentato di passare le Alpi, ma sono stati subito dissuasi dalla potenza dei re franchi che comandavano fino a Susa e ad Aosta, e sono rifluiti fermandosi ai piedi dei monti.
Gli archeologi, quando li trovano, imparano a conoscerli e analizzando le loro ossa seguono da una generazione all’altra le vicende di ogni famiglia. C’è quella che col tempo si impoverisce, mangia meno carne e svolge lavori sempre più faticosi, e c’è quella che continua a comandare, montare a cavallo e combattere – pagandolo col numero sproporzionato di maschi morti per ferita d’arma da taglio. Poi, all’improvviso, li perdiamo: ascoltando le prediche del clero, hanno smesso di portarsi nella tomba armi e gioielli, e si sono confusi con la gente qualunque, che era già lì prima del loro arrivo, contribuendo al secolare melting pot che un giorno produrrà il Piemonte.

Alessandro Barbero
[da "La Stampa" 28/5/2008 pag.18]

 

 

Febbraio 2008

Testona e Chieri terre longobarde
Due importanti scoperte archeologiche.
Trovati un sepolcro e un acquedotto

Tubature di 1300 anni fa: La condotta idraulica realizzata dalla civiltà longobarda a Testona con tronchi d'albero. Captava l'acqua da un pozzo scavato nell'alveo di un torrente che si prosciugò in epoca preromana.

 

Un acquedotto di 1300 anni fa, fatto con tronchi d’albero, ancora quasi intatti, è affiorato a Testona, nel parco di Villa Lancia. E’ un’opera idraulica dei longobardi, che riappaiono anche a Chieri, con i resti della «dama degli orecchini». E’ una giovane donna, dai tratti mascolini, seppellita con due anelli d’argento alle orecchie. E’ stata rinvenuta durante gli scavi archeologici che precedono l’edificazione del nuovo ospedale, tra piazza Silvio Pellico e le vie Mosso e De Maria. Con lei è affiorato anche lo scheletro di un bimbo, con una fibbia di cintura alla vita.
La scoperta dei due siti, fatta dagli archeologi coordinati da Gabriella Pantò, sotto egida della Soprintendente Marina Sapelli Ragni, aggiunge nuovi importanti tasselli alla storia della dominazione longobarda nell’area subalpina.
L’acquedotto di Testona è l’unico del genere portato alla luce in eccellenti condizioni, tali da spiegare nei dettagli tecnologie del tutto differenti da quelle romane.
La dama e il bimbo sono le prime sepolture longobarde apparse con elementi di vestiario nel territorio chierese. Sono state rintracciate all’esterno della chiesa ignota intercettata dagli scavi nei mesi scorsi.
Gli archeologi hanno accertato che era una basilica, di rilevanti dimensioni, formata da un’aula unica, rettangolare, di circa 400 metri quadri, completata da un abside a forma di ferro di cavallo, del tipo a «semicerchio oltrepassato».
Venne fondata alla fine del sesto secolo dopo Cristo, senza tenere conto delle tecnologie edilizie romane. Per questo è significativa. «Per erigerla - spiega Pantò - vennero utilizzati laterizi romani di reimpiego e ciottoli, alternati a corsi di argilla, fino a ottenere muri spessi un metro e 30 centimetri». Fu smantellata prima dell’anno mille, quando Chieri ampliò l’abitato. Si scopre oggi che gli abitanti azzerarono un monumento che influenzò molto l’urbanistica successiva: «La chiesa - ricorda Pantò - era stata fondata a margine dell’abitato romano, ma con un orientamento diverso, che condizionò la viabilità medievale, come attestano i resti di una strada rinvenuta nei pressi».
Quando i chieresi abbatterono la chiesa trascurarono d’esumare le tombe più profonde. Come quelle della dama e del bimbo. Gli archeologi le hanno rintracciate fuori dell’abside. Quella della donna è la più profonda. Lo scheletro è comparso con orecchini e un pendente di osso al collo. Le analisi condotte dall’antropologa Elena Bedini hanno identificato una giovane dalla «faccia piuttosto mascolina». Il bimbo, di circa 10 anni, venne inumato alcuni decenni dopo, a un livello superiore. Non si escludono nuovi ritrovamenti.
Sono eccezionali anche quelli di Testona.
Nel parco di Villa Lancia sono venute alla luce le fondazioni di due capanne longobarde, in argilla e legno. Misurano circa dodici metri quadri l’una. Una è circolare, l’altra è quadrata. Fanno parte di un sito abitativo servito all’epoca da un interessante impianto idraulico, molto diverso da quelli romani. Perché era in legno.
«Fu realizzato - spiega Pantò - nell’alveo di un corso d’acqua largo oltre 10 metri, che scendeva in origine lungo la collina di Testona, ma che era stato interrato per cause naturali già prima dell’epoca romana». Qui 1300 anni fa venne intercettata la falda idrica, tramite un pozzo, munito di griglia metallica molto fitta, che doveva depurare l’acqua. Finiva poi in vasche di decantazione quadrangolari, in muratura, interrate, ma foderate di tavole di legno. Di qui il flusso veniva distribuito tramite una condotta di tronchi d’albero cavi, di circa 40 centimetri di diametro. Ne è stato rintracciato un tratto, in eccellenti condizioni, lungo circa 20 metri, sopravvissuto proprio grazie all’umidità del terreno, che ne ha favorito la conservazione. Faceva parte di una tubatura che scendeva verso la chiesa di Santa Maria.


[articolo di Maurizio Lupo tratto da "La Stampa" di venerdì 12 Febbraio 2008]